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Marcello Fagioli

Marcello Fagioli

Tempo fa, due giorni dopo le idi di dicembre, ricevetti un messaggio dal dr. Marcello Fagioli nel quale mi si pregava di scrivere una recensione di un suo testo, che mi presentava in estratto accompagnato da altri brani di e su di lui.

Mi scuso per la lentezza ma, dopo un impegno e l’altro, sono finalmente riuscito a leggere il suo testo e, quindi, passo subito alle presentazioni.

“Ricordi di un emigrato dei nostri tempi” è un breve testo ( 72 pagine, esclusi introduzione e indice ) composto di una serie di raccolti, una vita intera, dall’infanzia alla vecchiaia o, come dice lui, all’ “intervallo fiduciario”.

Un testo che ho trovato piacevole, scritto in maniera semplice e accogliente, che stimola la lettura e incuriosisce per i suoi aneddoti e la quotidianità degli episodi raccontati.

Non esiste un ordine cronologico, forse sono stati scritti proprio come gli sono venuti in mente ma proprio questo aiuta a interrompere una narrazione che avrebbe potuto, altrimenti, risultare tediosa, storicistica e quasi innaturale. In questa maniera, invece, tutto appare come se fosse lì, davanti a noi, a raccontare di persona avvenimenti accaduti più di mezzo secolo prima.

Le due realtà di riferimento: l’Italia (paese di provenienza) e l’Argentina (paese di emigrazione), sono raccontate nel loro intimo, dal sincero punto di vista dell’autore, che ne scorge forze e debolezze senza invischiarsi nel politico persino quando, pure capita, di politica ne parla.Tutto è concentrato in poche righe, senza fronzoli, senza tecnicismi: le sue esperienze lavorative, le persone incontrate qui e là, i ricordi paterni, il coinvolgimento nei grandi avvenimenti politici del Secondo Conflitto e, per contro, l’isolamento argentino che non gli ha comunque risparmiato qualche piccolo “incidente” di percorso.

Non posso scrivere molto di più senza rivelare troppo il contenuto. Un contenuto che, come tutte le perle di vita quotidiana, va scoperto volta per volta, magari letto in più riprese, con tranquillità, assaporando ciascuna vicenda per la genuinità che incarna.

Mi limitò perciò a ricordare che il testo può essere facilmente reperito, gratuitamente, su internet, o digitandone il titolo su Google, oppure visitando questo sito.

Leggetelo.

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Maurizio Silvestrelli

Maurizio Silvestrelli

Maurizio Silvestrelli

1. L’intervistato di oggi è Maurizio. Puoi svelarci qualcosa di te: quando sei nato? E dove? Si sa, in molti casi la natura aiuta l’ispirazione, è stato così anche per i tuoi natali? A quale età hai iniziato a scrivere poesie? Presentati!

R: Presentarmi, è una questione un po’ complicata per me. Sono stato un bambino, vivacissimo, uno spirito ribelle ed anche un uomo tormentato. Sono nato nel 1963, ad Ancona, come ultimo di 3 figli, ultimo e inaspettato a tanta distanza di tempo dalle mie due sorelle più grandi. Ho avuto un’infanzia normale e la poesia doveva arrivare molto dopo. Ho sempre manifestato un interesse grande per le arti. Ho imparato a dipingere, a tenere in mano il cacciavite, una chitarra, e tante letture. Poi ebbi i giusti cultori della musica moderna che mi fecero conoscere tutte le cose belle che ebbero anni di oblio e stanno tornando fuori adesso. Una volta alla scuola elementare per caso troncai l’ultima sillaba della parola bello in una frase ed ebbi una emozione che ricordo ancora adesso: fu forse quella la mia prima poesia. In realtà cominciai a scrivere versi negli anni ’90 come forma terapeutica per un problema di nervi e mi appassionai. I miei natali non sono particolarmente devoti, diciamo così, alla cultura, i miei originariamente erano gente di campagna, ma tra la mia famiglia annovero anche qualche cugino docente universitario, cosa che mi inorgoglisce molto.

2. Sono a conoscenza di una tua passione per la matematica e le antinomie irrisolvibili; a quanto sembra, più un problema è complicato e più ti piace! Quanto di questa tua vocazione rientra nei tuoi versi?

R: Grazie per questa seconda domanda, che mi consente di continuare il discorso della prima. La mia chiave di lettura personale, per chi voglia conoscermi bene, è uno spirito fortemente speculativo, domande in continuo, ricerca di risposte, confronto con i problemi alla ricerca delle soluzioni migliori. I paradossi, nella filosofia e nella matematica, mi hanno affascinato moltissimo, perché sono cose ancora senza una risposta. La complessità di un argomento non è una cosa che in sé mi attiri in modo diretto, piuttosto sono complessi i ragionamenti che ci si trova costretti a fare per dare o per tentare di dare le giuste risposte. Per quello che riguarda questo “connubio” tra matematica e poesia, non saprei dire se sono delle nozze felici, me le sento un po’ come se si facessero una guerra dentro me. Lo sento in modo tale che non so trovare tanto bene degli spunti di accordo fra di esse. Alle volte le ho “confuse”, le ho mescolate e “miscelate” insieme. Sono lontane, credo, è realmente difficile trovare un vero “trade union” fra di esse. La mia incerta opinone sull’effetto di avere interessi entrambi così forti per queste due cose è che essi alla fine poi mi creino un senso di confusione mentale.

3. Hai pubblicato un libro di poesie: come si chiama? Con chi lo hai pubblicato? Parlacene un po’!

R: Ho pubblicato un libro di poesie a pagamento con l’editore Aletti di Roma, si intitola: “Ho sognato di te ad occhi svegli”. Ho fatto questa scelta che ha comportato un grosso sforzo economico, ma era la mia 22° raccolta ed ero stufo di avere libri nel cassetto. E’ un libro nato nei tempi in cui ho cominciato, dopo tanti anni che scrivevo, ad avere contatti con altri poeti, mi sono, per così dire, affacciato al mondo. E’ una raccolta che, come le altre mie, parla o comunica, il mio percorso di vita, una vita in divenire costante. Lo stile è maturato, le scelte letterarie sono state ispirate anche dai commenti che ricevevo dagli altri poeti che mi conoscevano attraverso i siti di poesia in Internet. Ho frequentato per vari anni il “”Club dei Poeti” della Montedit, poi sono approdato su poetika.it. Il libro parla, come ricorda il titolo, di un’esperienza visionaria di vita. Il titolo è ispirato alla mia compagna, “ho sognato di te”, con gli occhi “svegli” cioè ben aperti alle difficoltà della vita, agli errori, agli sbagli e alle conseguenze. I versi sono forse diventati più “adattabili” ai gusti dei lettori, più dolci, facili da capire, ho messo un limite al senso di tristezza che avevo sempre avuto timore di ispirare nelle precedenti raccolte. Ho trovato una via di mezzo fra ciò che nella vita è drammatico e ciò che è triste, senza pulsioni adrenaliniche e follie gratuite.Una nota: molti tra tutti i miei versi sono la ricerca di che cosa sia il Nulla, ispirati da una visione capace di contemplare i concetti come se li volesse autenticamente “vedere”.

4. Maurizio ha partecipato a concorsi letterari, conseguendo ottimi risultati, ed è comparso su delle riviste. Tutto ciò ti ha dato visibilità? Ti ha offerto un piccolo trampolino, qualche possibilità, magari per vari motivi non sfruttata?

R: Ho partecipato ad un unico concorso letterario, che era comunque importante e mi sono classificato secondo nella sezione poesie. E’ stato un concorso dedicato alle persone che avevano esperienza di malattia mentale pregressa o attuale, svoltosi a Biella nel 2008, insignito della medaglia d’argento delle Presidenza della Repubblica ed ha avuto, cosa che a me comporta un legittimo orgoglio, Alda Merini come presidentessa di giuria. Questa è stata la cosa che mi ha gratificato di più, essere stato premiato dal giudizio di una donna che, come me, ha conosciuto i drammi, le difficoltà e i problemi delle malattie mentali, che in qualche modo mi rende molto orgoglioso di me stesso e della mia vita. Quanto alla visibilità non mi sono mai fatto troppe domande, credo che essa, se sia per sola pubblicità o vanità, possa ben poco e molto male soddisfare il proprio io, sarebbe bello poter fare qualcosa di autenticamente grande nella vita e poi non fermarsi, continuare fino a che ci sono l’energia e le forze. Non mi sono troppo messo a cercare pubblico, una cosa che vorrei sì, è che i miei libri siano letti, fino ad ora hanno incontrato il gusto di molti amici “digiuni” di poesia, e vorrei avere “la prova” che sanno dare qualcosa.

5. Tra le varie cose, Maurizio menziona una quotidiana lotta con l’ansia. Spesso e volentieri questa sensazione è compagna dell’artista nella vita come nelle sue opere. Trovi che sia così anche per te? Ritieni lo scrivere un modo per combatterla o, per lo meno, sfogarla?

R: Sì te lo confermo, ansie e preoccupazioni sono elementi costanti del mio tempo. In più poi ho una maledetta nevrosi di perfezionismo. Ma ho imparato a farci i conti con tutte esse. Quando brucia il sacro fuoco dell’ispirazione l’ansia diventa un alleato, la preoccupazione non è più e il perfezionismo ancora esiste, ma diventa attivo solo nella fase conclusiva quando si completa il “quadro” di ciò che è stato fatto. Questi eccessi generalizzati di ansia sono problemi moderni, legati alla vita che facciamo in questo nostro tempo, credo che un poeta che sappia ben far vivere l’ansia nelle sue creazioni sarebbe il poeta più moderno vivente, oggi. I tempi cambiano in fretta e l’ansia è l’emozione prevalente di oggi, anche nell’arte. Trovo che le forme espressive più moderne siano dense di qualcosa, che credo sia quest’ansia “solidificata” che c’è nella vita della gente di oggi. Penso che, per esempio nella pittura, troveremo forme espressive che potremo cominciare a leggere in questa chiave e pregneranno le opere che verranno, in modo visibile. Più che sfogarla l’ansia oltre che sopportarla bisogna “trasformarla”, convertirla, diciamo così, e poi renderla, quando essa non abbia più un aspetto inquietante.

6. Non ci sono state ulteriori pubblicazioni, dopo l’antologia di cui si è parlato. Pensi che il futuro potrà vedere la nascita di un nuovo capolavoro? Di che tipo: prosa o poesia? Se no, comunque, saresti più propenso a scrivere dell’una o dell’altra?

R: Mi sento lusingato dalla parola che hai usato, lo vorrei tantissimo che le mie opere fossero dei  capolavori. Io mi sento sinceramente più completo, o formato, nella poesia, che, sono sicuro che si può non essere d’accordo, mi dà maggiore spazio di libertà e di invenzione. Non sono cultore bravo della poesia italiana, mi sono formato leggendo soprattutto poeti stranieri tradotti, quindi ho una “forma mentis” nel concepire la poesia che in un certo senso ignora le regole auliche, ma fatta soprattutto di senso musicale e di ritmo, ma anche concentrata sul contenuto. Normalmente, parlo delle mie sensazioni, di quello che provo, diciamo esso è il soggetto principale; la mia esperienza, che credo poi sia tutto quello che ho da dare al mondo. Questa esperienza, nella mia poesia è sottolineata, faccio sempre intendere al lettore che sono io che parlo e che, con questo, la mia parola può essere fallace, ed è comunque un’opinione che “suggerisce” ma che non determina.

7. Infine, l’ultimo mistero riguarda lo stile: com’è? In che modo lo hai sviluppato? Ritieni di aver raggiunto la sua forma compiuta?

R: Lo stile! Bella domanda. Tra le mie ignoranze c’è anche quella di non saper dare una definizione corretta di stile, per lo meno a livello concettuale. Tutto quello che ho imparato comunque è frutto del mio impegno personale, sono stato autodidatta in molte discipline e tra le tante arti che ho imparato e poi abbandonato ho sempre sofferto una certa rozzezza, o quantomeno una non perfetta padronanza “tecnica”. Il mio stile è arricchito dal fatto che sono capace di inventare, non ho paura a mettere sulle righe una cosa che non ho visto mai, anzi sentire i miei versi, quando li compongo, come se li avessi già sentiti, mi fa deragliare verso cose autenticamente folli come resa, ma magari interessanti. Uno stile sicuramente personale, senza aver troppo assorbito da altri poeti. Sono amante di Tagore, confesso che ho avuto voglia di “assomigliargli”, ma poi la mia personalità ha prevalso. Una forma compiuta il  mio stile non ce l’ha ancora e sento che sarà ancora “in divenire” per il resto della mia vita.

Un Grazie sentitissimo, Roberto.

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